Il rapporto sessuale diventa violenza se manca il consenso
Il datore di lavoro viene accusato di violenza sessuale nei confronti della collaboratrice domestica in quanto secondo l’accusa in due distinti episodi avrebbe costretto la dipendente a rapporti sessuali completi non consenzienti.
L’imputato difeso dall’Avv. Alessandro Luciano – socio dello Studio Legale Luciano | Ballo & Associati – veniva assolto in primo grado dal Tribunale Penale di Padova in quanto la difesa era riuscita a dimostrare che mancava la prova che la domestica avesse manifestato un chiaro dissenso al rapporto sessuale.
In particolare il Tribunale di Padova, ritenendo condivisibile la tesi difensiva secondo la quale il datore di lavoro può avere frainteso la volontà della donna, in mancanza di una manifesta ed esplicita espressione di volontà contraria al rapporto sessuale, assolve l’imputato per mancanza dell’elemento soggettivo del reato.
La parte civile propone appello avverso la sentenza di assoluzione chiedendo il riconoscimento della penale responsabilità dell’imputato e la sua condanna al risarcimento del danno quantificato in euro 80.000,00.
La Corte di Appello di Venezia con la sentenza ha confermato la sentenza di assoluzione e respinto l’appello della parte civile, valorizzando la tesi difensiva secondo la quale in assenza di un esplicito dissenso manifestato dalla domestica al rapporto sessuale il reato di violenza sessuale non sussiste.
Qualora il lettore volesse approfondire la interessante vicenda processuale si allega la sentenza della Corte di Appello di Venezia.
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